Bicocca, Olengo, Garbagna, Nibbiola ed ecco Vespolate!

Circa 12 km sulla direttissima Novara-Mortara.

Il toponimo deriva dalla pianta del nespolo ma io non ne ho vista alcuna, sapevo solamente che la via che conduceva al cancello dei Rosati e dei nonni veniva anche chiamata Via "Sambughè", da sambuco, ma era via Antonio Malusardi.

Questo illustre personaggio, nato e morto a Vespolate nell'ottocento, prima di essere deputato, si dedicò come prefetto a combattere il banditismo in Sicilia, con successo, usando anche metodi spicci. Non intaccò la mafia, però; il gattopardismo (tutto cambia perché nulla cambi - ossia se tutto cambia esteriormente, tutto rimane com'è; se tutto rimane com'è, tutto può cambiare interiormente Elzeviro Secco) era sul nascere.

Altri vespolini andarono sicuramente in Sicilia per i fatti loro, mio padre, nato a Vespolate, ci andò durante l'ultima guerra e combinò guai.

La via cambiò nome, con disapprovazione unanime degli abitanti, prese il nome dell'autore de "Il capitale". Era a forma di L, finiva davanti al cancello per i carri agricoli e si era sull'aia degli zii Rosati e dei nonni Ballaré. C'era un muretto di poco più di due metri con un porticino metallico, si passava dal giardino della zia Antonietta (Tugneta), si dava una sbirciatina alla pompa per l'acqua potabile, si era a casa.

Mi sento Siciliano ma i primi 10 anno li ho passati qui.

Quando ero a Premosello o alla Bicocca, ogni quindici giorni ero dai nonni. Anche quando ero a Caltanissetta andavamo a Vespolate per le vacanze di Natale, "sprecando" due giorni di viaggio.

Le abitazioni con la scala e il ballatoio a ringhiera di assi di legno per accedere al piano superiore erano abitate all'inizio degli anni cinquanta da quattro nuclei familiari. C'erano i nonni con la zia Carmela. Ora ve lo dico in dialetto: Pacarlin, Mamagin, la Michina, al Pipotu, la si Tugneta, la si Teresina con il figlio e la nipote.

C'era il vociare, le cadenzate "imprecazioni" del Pipotu. Si sentiva il ringhiare del Lir (Lear), cagnetto nevrastenico, ti sbranava se gli facevi il gesto delle corna.

La Vecchiana e il Muso Rosso miagolavano, la Checca (pica pica) in gabbia gracchiava. Ogni tanto si sentiva il crepitio del Guzzino dell'Alfredo. Un po' dispettoso mio cugino, avevo poco più di 4 anni e mi metteva sul muretto, mi teneva d'occhio, si nascondeva ma io a momenti me la facevo nei pantaloncini.

Mi metteva anche, come un mini amazzone, sulla canna della bicicletta da uomo per andare a trovare la sua Giuseppina a Borgolavazzaro. Erano pochi chilometri e io mi divertivo. D'inverno ci si riuniva tutti al caldo della stalla: i racconti erano numerosi, il Pipotu non sacramentava ma ci portava a visitare l'Argentina; il tutto era scandito dal defecare delle mucche e dal loro ruminare.

Eravamo felici. Durante la bella stagione si trebbiava il frumento, poi il riso, si scartocciava la meliga. C'erano i mondariso che venivano dal veneto. Si portavano le oche a nuotare nella Biraga, poi si spiumavano vive con loro gran divertimento. Con il passare degli anni il numero di tutte queste care persone diminuiva, si apportavano migliorie alle abitazioni ma le "imprecazioni" del Pipotu non c'erano più, l'Alfredo era a Novara con la Giuseppina, il Lir, il Tom, la Checca erano stati seppelliti sotto il noce.

Alla fine degli anni 70 erano rimaste solo in due: la Carmela e la Michina. Poi è finito tutto e le vecchie case di via "Sambughè" hanno intrapreso una nuova avventura.

 

 

Ora basta ragazzi!
 
Basta piangersi addosso, stiamo vivendo male, il virus ci morde, le varianti ci incalzano, il ricordo di Liliana è sempre più vivo; ora basta!
 
Il sito della ex Galleria 72 non doveva essere solo una tomba di ricordi sconvolgenti, delle memorie mnemoniche.
 
Era un posto dedicato all'arte.
L'arte ci aiuta a vivere, ci fa compagnia, ci fa pensare, ci va vedere; non solo quella visiva, la creatività nel suo complesso.
 
L'arte della vita!
 
Cadiamo però ancora nei ricordi: la Galleria 72 è un ricordo, è l'attimo fuggente della mia vita, tra le tantissime persone che ho incontrato ed amato,con le quali ho condiviso questi miei 76 anni.
 
Chiudo con una stupenda poesia di Buttitta che dedico a lume gattu, il mio gatto Totò, tanto amato da Liliana:
 
Gatta di Ignazio Buttitta
.....Era nu gatto;
ma bastava sul'iddu
a rumpiri lu scuru di li gnuni
l'umbri di nterra
lu jelu e l'incantesimu di li cosi
chi nun parranu e sù vivi.....

Era un gatto ma bastava solo lui a rompere lo scuro degli angoli, l'ombra della terra, il gelo e l'incantesimo delle cose, che non parlano e sono vivi!!!!

 


Totò, il gatto di Liliana!

 

I casi della vita!

Il web apre nuove porte!

Il 2021 si è aperto da poco; alla fine dell'anno precedente, i Ballaré hanno impostato il sito web per ricordare la breve vita della Galleria 72 a Bergamo e ricordare anche Liliana.

A gennaio, improvvisamente da Roma, Flavia ci contatta e ci inonda di notizie, foto, lettere, stemmi che riguardano Elisa Calafato, madre di Carlo Ballaré.

Adesso scrivo al singolare, cioè sono io Carlo che scrivo.

A febbraio il signor Giuseppe, sempre attraverso il web, contatta Arnaldo, mio figlio: Giuseppe si fa vivo da Seregno (MB), dice di essere stato alunno del maestro delle elementari Ignazio Ballaré dal '55 al '58.

Chiede, se possibile, di capire l'esatto grado di parentela con Ignazio edi condividere notizie.

Come ho detto in precedenti racconti, sono figlio della guerra, ma adesso scoppia la bomba!

Riguardando con molto attenzione, ingrandendo le foto che mi ha mandato Flavia sullo smartphone, aiutandomi anche con la lente di ingrandimento, in un agrumeto di Licata con i frutti sugli alberi, scopro Ignazio, tenentino di fanteria 27enne ed Elisa di 15 anni in più.

Io non ci sono ancora ma sono nei loro occhi, nei loro pensieri; Ignazio non è ancora rimasto ferito, vedeva ancora con tutti e due gli occhi.

Elisa aveva gli occhi tristi. Stava per accadere l'irreparabile.

A dicembre del '44 sono nato!

Mi rivedo baldanzoso dopo due anni e qualche mese a Vespolate, sull'aia.

Ho ricordi vivi dei tre anni passati a Premosello in Val D'Ossola.

Ignazio è sempre stato arrogante e manesco, lo rivedo nella sua aula che tira la gomma per cancellare verso allievi disattenti.

Lo risento quando, di notte, scalcia verso i piedi di mia madre, io ero in mezzo a loro e li sentivo.

Rivedo il deltoide di mia mamma brunastro.

Poi io ed Elisa non siamo stati più con lui, era il '51.

Io e mamma dopo quattro anni siamo andati a Caltanissetta, lui a Seregno con la famiglia.

Io non voglio giudicare il comportamento dei miei genitori; devo a loro la vita, a papà il riconoscimento, a mamma 28 anni di sacrifici, premure, singhiozzi trattenuti per potermi far vivere nel modo migliore.

Gli occhi di mamma, nel '44, erano tristi.

Guai se qualcuno osa toccare i miei genitori!!!

In quegli anni, in quella terra, mi immagino il tenentino Ignazio dopo il '42 e dopo aver considerato mia mamma non più come una mamma affettuosa ma come una nobildonna piacente.
Lo immagino intento a dedicarle questa mattutina: E vui durmiti ancora

Pura illusione, papà era stonato ed era piemontese...preferiva Lo stornello del marinaio!!
 
Radici fotografiche: Anna Calefati, arrivate a noi grazie a suo nipote Gabriele Vitali
 
 
 

Lu suli è già spuntatu di lu mari e vui bidduzza mia….

Vitti na crozza supra nu cannuni (torrione)..

La Sicilia non è tutta qui, la Sicilia è ben altro.

Nel mio piccolo questa isola a tre punte (trinacria), come dicevano gli antichi, è la terra di mia madre, di mio nonno e di mia nonna, dei nonni dei nonni del mio ramo materno.

Mi sento generato da quella terra, sono un terrone!

Se questa è una distinzione dai continentali, ne sono fiero.

Non so parlare il dialetto aperto dei catanesi, quello un po’ diverso dei palermitani, dei nisseni, ma ho vissuto, ascoltato, condiviso il fermento di un’isola.

La generosità, la cuginialità, l’ospitalità.

Sul ferribotte ho visto nel ’54 il primo lembo di questa terra; in me c’era già, ma dovevo vederla, annusarla, morderla, mangiarla.

Sono siciliano, sono nato a Nicastro ma sono siculo! Papà è novarese, ma sono siculo!

Flavia mi ha pescato nel mondo del web, mi ha riportato nel 2021 in Sicilia, scaraventandomi in quella terra.

E’ la terra dove vissero i Calefati, i Calafato, baroni di Biggini, a Messina nel quattrocento c’era Eustocchia, a Palermo nel 1902 nacque mia madre Elisa Teresa Elena.

La voglio ricordare nella sua interezza, per non farle fare la fine di suo padre e sua madre.
La fine in senso materiale.

La memoria è anche nei nomi: Carlo Angelo Antonio Gabriele.

Caro nonno Gabriele, non ti ho conosciuto…. tu e Carmela avete generato Elisa Teresa Elena e poi, non per colpa vostra, ve ne siete andati.

Quando ero a Caltanissetta ho visto la tua sepoltura, avevo dieci anni, ne sono rimasto traumatizzato: da allora ho preferito la cremazione!

Ascolta questa canzone dei Platters: smoke gets in your eyes

When a lovely flame dies, smoke gets in your eyes

Quando una bella fiamma muore, il fumo ti va negli occhi

 

Ciao Liliana, questa mattina esco presto per andare a comprare le esportazioni senza filtro per me e delle mimose per te. Tu sei sempre qua con me, ti vedo, ti sento.

Sono diventato ancora di più abulico, rimando a domani ciò che potrei fare oggi.

Tutto si accumula senza le tue utili direttive. Un pezzo di canna è venuto con te, era il bastone con il quale mi esortavi ad agire, metaforicamente.

Cinquantun anni non si possono narrare in due righe.

Non basterebbero tutte le enciclopedie o gli smartphones del mondo.

A quasi otto mesi da quando non sei più con me, sei sempre più con me.

Ti sento, ti vedo, sei qui con me.

Rivedo ciò che abbiamo fatto, rivedo quando volevi tornare a Briolo da tua mamma perché non mi sopportavi, rivedo quando siamo andati a cercare una struttura a due piazze per la nostra camera da letto. Vailate era il posto giusto.

Liliana, ti ho fatto gioire, soffrire, tu mi hai fatto gioire, soffrire, abbiamo fatto molto insieme, molte cose belle, a volte brutte, ma nostre. Siamo andati avanti in qualsiasi senso.

Sempre, a febbraio, ti portavo delle mimose, eri mia, ero tuo, siamo stati un’unica cosa.
Anche quando eravamo in quattro, eravamo un tutt’uno.
Liliana mi manchi, sei ancora con me, materialmente, per i due cucchiai di te che sono rimasti qui.

Il resto nuota nelle acque a Briolo, insieme alle anatre gioiose.

Fino a quando non nuoterò con te, sono qua a ricordarti, amarti, con il rimpianto di non averti completamente aiutato quando tu mi aiutavi. Quando ti facevi carico di una famiglia un po’ in difficoltà.

Avevi superato le traversie dell’ottantanove, dolori che si univano a gioie.

Amore mio ci siamo amati ed odiati, ci siamo sorretti quando eravamo fragili, quando eravamo quattro, quando siamo rimasti in due.

Quando salivamo al piano notte a spron battuto, quando io sdoloravo per la colecisti, quando dovevo piegare il tuo girello, quando dalle nostre camere ti chiedevo di rimanere cinque minuti ancora a letto.
Alla fine, a giugno, non siamo più saliti al piano notte a dormire, era più pratico.

La mattina del 20 giugno dalla tua camera, comunicante con la mia, il trillo della tua sveglia ha suonato a lungo, io non ho detto nulla, speravo che tu la spegnessi.

Odio quello che ho fatto, c’erano meno di ventiquattro ore per poterci vedere ancora!

Liliana è il 14 febbraio, quasi otto mesi che non sei più qui, ma sei con me, intorno a me, dentro di me.

Il tuo ricordo non è solo dato dalle molte fotografie che restano ma anche dal dolore dei tuoi figli e di uno stronzo che ti ha amato con le sue possibilità.

Ciao, verrò a nuotare nel Brembo con te.

memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris - ricorda, uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai

La terra fa parte dell’universo, un granello di polvere, di infinite spiagge, granello insignificante del nostro impossibile.

Noi non ci incontreremo più, il nostro essere non ci sarà, ma navigheremo tra ciò che c’è e ciò che non c’è, saremo un tutto e un nulla.
Liliana insieme lo scopriremo.